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intervista: Glezös

Musicista, scrittore, produttore, discografico ma soprattutto punk. E questo fin dall’inizio, vivendo la scena da dentro grazie a numerosi viaggi tra Milano e Londra. Parlare di punk con Glezös Alberganti vuol dire rimanere affascinati dai suoi tanti racconti e dai numerosi ricordi rievocati. Gli stessi che caratterizzano molti dei suoi libri, l’ultimo dei quali si intitola “Zenga e i suoi fratelli”.  

Prima di rimanere folgorato sulla via del punk, qual è stato il tuo percorso musicale?

Beh, io ho iniziato molto presto a suonare. Quando ho messo le mani sulla prima chitarra non avevo ancora 10 anni: ero invasato dal tardo beat radiofonico post-Beatles alla Move e impazzivo per l’Equipe 84. Poi ero rimasto “siderato” dalle prime avvisaglie di glam che venivano dall’Inghilterra, soprattutto T. Rex, Gary Glitter e Sweet. In seguito ho cercato di farmi piacere qualche gruppo di prog, ma non funzionò e tornai al glam britannico, esteso nel frattempo a Sparks, Roxy Music e altri nomi di questo tipo.

Come ti sei avvicinato invece al punk? Qual è stata la scintilla iniziale?

La prima volta fu la più clamorosa che si possa sognare, ovvero un ascolto del tutto fortuito di “Anarchy In The UK” a Radio Milano Centrale in una notte di metà dicembre 1976. Il dj era appena tornato dall’Inghilterra e prima di partire aveva comprato una copia del singolo, che era uscito da poco. Lo suonò con l’intenzione di sputtanare i Pistols e il punk, di cui da noi non si sapeva ancora niente. In pratica il mio impatto col punk fu più o meno quello di un ragazzo inglese al primo ascolto, all’improvviso e dal nulla: i Pistols non sapevo nemmeno che faccia avessero e credetti di avere capito male sia il nome del gruppo che il titolo del pezzo. Non potevo sapere che il singolo non era stato pubblicato in Italia – né mai lo sarebbe stato -, e la mattina dopo lo cercai in tutti i negozi di dischi a Milano, con i commessi che al nome “Sex Pistols” mi guardavano come si guarda un deficiente, cosa che probabilmente sembravo pure. Immaginatevi la scena.

Quali furono i primi segnali punk in Italia? Come e quando inizia ad arrivare nel nostro paese?

Mah, sostanzialmente i primi veri segnali riguardavano l’uscita di qualche disco nella prima metà del 1977: “Leave Home” dei Ramones, “Rattus Norvegicus” degli Stranglers, il primo album degli Ultravox!, il primo di Larry Martin Factory, qualche singolo come “God Save The Queen” dei Pistols, “Chinese Rocks” degli Heartbreakers e poco altro. Sotto l’aspetto per così dire tra il sociologico e il modaiolo bisogna attendere il 1978 e i primi special TV come quello trasmesso da Odeon, più qualche intervento qui e là di gente come Michel Pergolani a “L’Altra Domenica” di Renzo Arbore. Di fatto in Italia non si può parlare di un vero e proprio 1977, ma di 1978: è quello l’anno in cui iniziamo ad avere uno straccio di idea un po’ più precisa, con i primi concerti in Italia di alcuni nomi di spicco (Stranglers con 999, Adam & The Ants e poco altro). Il 1978 è stato il nostro 1977, su questo non c’è il minimo dubbio.

Quando ti avvicini invece alla musica suonata? Cos’ha rappresentato il punk per il Glezös musicista?

Io ho la grande fortuna di avere frequentato assiduamente i corsi di musica al Circolo La Comune di Dario Fo in via Santa Marta tra il 1975 e il 1977, imparando la musica da chi la insegnava in un modo assolutamente rivoluzionario per i tempi. Avere come insegnanti Demetrio Stratos, Mauro Pagani, Alberto Camerini, Giulio Di Benedetto con aggiunta di sporadiche visite di Franz Di Cioccio, Giorgio Gaslini, Fabio Treves e altri – e tutto questo praticamente gratis – non è cosa che succede tutti i giorni. Ma la musica amata da tutti questi nomi non la sopportavo proprio, dal jazz rock al folk irlandese e altri onanismi vari. Il punk mi è esploso addosso nel momento cruciale, quando cioè iniziavo a rigirarmi due o tre strumenti tra le mani sufficientemente bene per potere fare quello che mi piaceva davvero: ho formato il mio primo gruppo punk ed è iniziato tutto da lì.

In più di un’intervista hai detto che essere italiano a Londra in quegli anni era essere ai margini, ma tra i punk questa connotazione non c’era, anzi c’era un’accettazione degli altri senza filtri razzisti o classisti. Ma com’era essere in quel “giro”, esisteva una quotidianità o era sempre tutto una sorpresa ogni giorno? A noi sono arrivati i racconti che inevitabilmente avevano sempre qualcosa di clamoroso, ma ci si chiede sempre se esistessero aspetti dell’essere punk non per forza estremi. Raccontaci se c’era normalità?

Effettivamente tra i punk londinesi non percepivo quel razzismo anche classista strisciante nei nostri confronti che sotto il Big Ben permeava tutto e tutti. Però onestamente non ti so dire se questa fosse la media tra i punk che incontravi ovunque: a Londra vivevo un po’ in un limbo che gravitava attorno al Seditionaries e ad alcuni personaggi chiave di quel giro, quindi potrei non essere attendibilissimo in un contesto più generale. La vita di tutti i giorni era tutt’altro che normale, o meglio era un differente tipo di normalità: tutti i giorni succedeva qualcosa, avevo sempre qualcosa da andare a vedere, sentire o qualcuno da incontrare, e se mi andava male me ne stavo in negozio a chiacchierare con Jordan, Michael o qualcun altro dalla personalità come minimo fortissima, oppure guardavo Vivienne Westwood alla macchina per cucire. Persone e cose del genere le ho conosciute e viste lì, non altrove.     

L’impatto del punk in Italia è stato secondo te molto forte a livello sociale? Sbaglio o inizialmente, oltre ad essere visto male dai “freakkettoni” del periodo, non fu ben accolto neppure da autonomi ed altri movimenti politici di sinistra?

Nel periodo 1977/1979 (l’unico a fare testo nel punk) l’impatto in Italia è stato poco più di zero: qualche servizio in TV, qualche fanzine (alcune anche molto ben riuscite), qualche timido vinile e stop. I punk italiani erano pochissimi e tra di noi ci conosciamo tutti dai tempi: se non una casta, siamo di sicuro un’élite (ride). Che poi il punk fino al 1979 inoltrato fosse visto come una roba di e per fascisti è fuori di dubbio, con conseguenze dal tragico al comico. Potrei raccontarti decine di episodi più che eclatanti in merito: alcuni tra i più clamorosi li ho inseriti nel mio prossimo libro. 

A livello mediatico come fu invece accolto? Era un fenomeno culturale che toccava tutto il paese o più focalizzato in determinate zone?

Fu accolto con un adagio che più o meno recitava così: questi punk sono una massa di cerebrolesi, meno male che spariranno in qualche settimana. Nessun giornale, rotocalco o servizio TV trattò il punk come fenomeno culturale, e a livello musicale ricordo appelli di lettori che scrivevano ai vari Ciao 2001, Nuovo Sound eccetera invitando tutti a “isolare questi deficienti cronici” (testuale). Dal punto di vista geografico, lo sviluppo – se così si può definire – fu prettamente al nord, con Bologna come limite territoriale estremo. Firenze, fin dall’ inizio, aveva tendenze più artistico-new wave, mentre da Roma in giù fu uno scoppio ritardato di stampo rockista (un no-no assoluto in termini punk), con qualche pioniere nella capitale.   

Cosa ricordi invece della scena punk italiana di quegli anni? 

Poca roba davvero, purtroppo. Strano a dirsi, i gruppi si guardavano in cagnesco tra di loro (“noi siamo più punk di voi, ecc.”), quindi una vera e propria scena organica non c’era: il giro di Pordenone, di Milano, di Bologna e gli sprazzi che arrivavano da Torino, Genova e altrove erano iniziative di singoli spesso isolati da ogni contesto viabile. Di locali manco l’ombra, se consideri che il Punkreas a Bologna era poco più di una cantina. In vece dei locali è la kermesse a giocare il ruolo principale: la prima è il SabaTok Folle alla Palazzina Liberty a Milano con TV Vampire (il mio gruppo in quel periodo, X Rated, Clito, Hitler SS, Borstal Dampers e altri nel dicembre 1978, seguita dal concerto di due giorni all’Uranio 325 di Bologna, nel febbraio 1979, con Gaznevada e ancora Hitler SS da Pordenone. Un esempio indicativo della confusione spesso strumentale che si fa su date e nomi: l’organizzazione dell’Uranio a Bologna viene di solito scandalosamente attribuita a Red Ronnie, che in quell’ occasione non c’entrava assolutamente niente. A organizzare il tutto furono Eletttro (autrice di “Coca Scola”, una delle primissime punk fanzine italiane), Laura Carroli e Giampaolo Giorgetti, oggi noto con lo pseudonimo di Helena Velena. Bologna Rock e altre freakettonerie sono arrivate dopo, settando tutto in senso post rockista-freak inviso ai punk della prima ora.

Il punk, secondo te, finisce e muore veramente? Se sì, quando e come?

Mah. Ti rispondo con le parole di Paul Marko, braccio e mente del website www.punk77.co.uk e autore di “The Roxy London WC2 – A Punk History”, che sto finendo di tradurre in italiano e che uscirà a inizio 2021 nel nostro paese. Per alcuni il punk è morto a fine 1976, per altri nel 1977 o nel 1978, per altri ancora non è mai morto, ma tutto questo non importa. L’unica cosa che conta è innanzitutto alzarti dal letto, uscire di casa e fare qualcosa: di quello che avrai fatto ne parleremo dopo.

Come giudichi le sue derive, come ad esempio nell’hardcore, o i ritorni di fiamma come negli anni 90?

La visione del punk inglese 1977/1979 è l’unica a rimanere attuale e, attenzione, ho scritto “visione”, non tipo di musica, approccio generale, etica DIY o numeri di catalogo. Per cui né l’hardcore né i vari ritorni di fiamma sono significativi a mio avviso, ma il mio è un parere strettamente personale. Per me il punk è punk e basta, quando diventa punk rock non è più interessante.

C’era qualche gruppo punk del periodo fine anni 70 che hai potuto vedere, che ritenevi eccezionale e invece è stato dimenticato?

Il caso più eclatante tra tutti quelli che ho visto è sicuramente quello di Adam & The Ants, intendo la seconda e terza formazione del gruppo tra il 1977 e il 1979. Nemmeno lontanamente parenti della band di grande successo negli anni ’80, erano un misto di visione mitteleuropea, inventiva abrasiva, potenza sonora e humour del tutto senza rivali in quel periodo. Quando vennero in Italia, nell’ottobre 1978, cambiarono la vita a parecchi tra di noi. Il crimine è il non avere tramandato ai posteri tutto questo in un primo album che ancora oggi sarebbe esplosivo. L’ho detto e scritto tante volte ad Adam e ho documentato quel breve tour in un libro noto ai seguaci dei primi Ants zeppo di foto e documenti rarissimi (“Whip AvANTgarde – Adam & The Ants in Italy, October 1978”, El Passerotto 2004). Il mio gruppo preferito in assoluto insieme a Siouxsie & The Banshees, Sex Pistols e Generation X.

Da poco tempo è uscito “Zenga e i suoi fratelli”, che racconta la tua adolescenza nelle periferie milanesi degli anni ’70. Oggi sono in molti a dire che la trap sia il nuovo punk, e sicuramente c’è un terreno comune che è la periferia. Ma è veramente così? Tu vedi punti comuni o è solo un’analisi superficiale?

Mah. Sarebbe come dire che due persone si assomigliano tanto perché hanno entrambe due rotule. Non ci vedo assolutamente nulla in comune, a partire dal fatto che il punk tutto era tranne che milioni di dollari ed edonismo sfrenato: “Get Rich Or Die Trying” è un concetto un bel po’ diverso da “Your Generation”. Lo dico spesso nel mio monologo teatrale “Papà, cos’ era il punk?”: per favore, che qualcuno trovi un altro genere per tutti i paragoni del mondo, ve lo chiedo per favore. Affibbiare a ogni cosa che passa il convento l’etichetta di “nuovo punk” è una cosa tristissima: ma nessuno nel frattempo ha trovato qualcos’altro? Se dico che Belen Rodriguez qualche anno fa era la nuova Gloria Swanson, faccio la figura del coglione o del cazzaro cult? (ride)

La musica per te non si ferma al punk viste le collaborazioni con Baccini, Zucchero… Come nascono e hanno qualche legame nell’approccio con il Glezös dei Gags? 

Tutte le avventure che ho avuto in campo musicale – e non solo – sono dipese da quello che penso, faccio e dico dal 1976 a oggi. Per dirti, la prima volta che Zucchero mi ha incontrato ha esclamato: “Cazzo, sei un punk, lo sapevo!”. Nella musica ha contato tanto la mia formazione al Circolo La Comune, che mi ha dato la base per lavorarci senza timore alcuno. Nei Gags l’approccio è evidentemente a testa bassa al 100%, ma essendo il nostro un caso un po’ particolare ne parlerò a parte – magari in un’ altra intervista!

Hai prodotto l’ultimo (e bello) album dei Dalton. Segui ancora con interesse la scena italiana? Ti manca la musica?

Naturalmente seguo quello che succede e la musica non mi manca di sicuro, perché ne ascolto fin troppa. Sotto il profilo di produzione, comunicazione e altro mi occupo solo di quello che mi piace. Attualmente sto producendo e complottando con i miei fidatissimi collaboratori, quindi tutto va per il meglio nonostante il periodo. 

Glezös, cos’era il punk?

Non “era”, è. Mettiamola così: è la scena iniziale di “Colazione da Tiffany”. Col punk sei dentro la gioielleria ad arraffare i diamanti, mica fuori a guardare la vetrina.   

Pogo Zine

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