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Interviste: Giuda

Dal punk rock di ieri al rock’n’roll abrasivo di oggi, il percorso dei Giuda è decisamente impeccabile, con ottimi dischi sempre ben accolti da pubblico e stampa, in Italia come all’estero. Con l’arrivo dell’estate e la ripartenza dei concerti, era quasi doveroso far salire ulteriormente la temperatura scambiando quattro chiacchiere con Lorenzo, chitarrista della formazione romana. (Dan)

I Giuda nascono dalle ceneri dei Taxi, storica formazione punk romana. Come avviene il passaggio verso un suono più hard rock?

Dopo la scomparsa di Francesco, il nostro batterista, non aveva più senso per noi continuare a suonare come Taxi. Io e Tenda (il cantante, ndr) suoniamo insieme dal 92, quando avevo appena 12 anni, sicché la voglia di suonare e di stare insieme era comunque ancora tanta e cosi, alla fine del 2007, siamo tornati in sala prove. Erano uscite da poco alcune compilation per la RPM records, “Velvet Tinmine” e “Boops”, due raccolte di gruppi cosiddetti Junkshop glam che ebbero su di me lo stesso effetto elettrizzante che anni prima avevano avuto le compilation punk “Killed By Death”. Prova dopo prova è venuto fuori il nostro sound, un misto di punk, junkshop glam ma anche di quella immediatezza compositiva di band 60s come Equals e Move. Anche la ricerca del sound non è stata casuale, abbiamo acquistato un po’ alla cieca dei vecchi amplificatori Hi-Fi che abbiamo modificato facendoli diventare delle testate per chitarra ed intorno a loro abbiamo costruito il nostro suono.

In alcune interviste fatte all’estero vi chiedono spesso di spiegare i Giuda al pubblico locale. Noi vi chiediamo invece di farlo a quello italiano…

Nonostante siamo stati influenzati tantissimo da band anni 60 e 70, vedo la nostra come una band moderna, dove i suoni del passato vengono assorbiti per poi essere riproposti in una chiave attuale ed estremamente personale. Se dovessi pensare ai Giuda in chiave cinematografica facendo un nome, direi Tarantino, con le dovute proporzioni ovviamente.

Come spiegate invece questo meritato seguito, sia di pubblico che di stampa, all’estero? La credibilità è uno dei fattori preponderanti quando si fa un certo tipo di musica, e credo che la forza dei Giuda sia proprio questa. Cosa ne pensate?

È una chiave di lettura assolutamente condivisibile. I nostri album sono stati sempre molto apprezzati e negli anni, grazie ai tanti tour sia in Europa che negli Stati Uniti, è cresciuta molto anche la nostra fama di live band granitica e molto fisica che è in effetti uno dei nostri punti di forza.

Quanto è stato importante il riscontro estero per riscuotere approvazione e consensi anche in Italia? È il solito concetto dell’esser profeti in patria, o secondo voi tendiamo ancora a guardare troppo fuori?

Probabilmente i primi articoli su Mojo o su The Guardian hanno avuto il  loro effetto sulla stampa italiana. Di lì a poco ci siamo ritrovati su Repubblica e persino al TG1.

Ultimamente si parla molto di “rinnovato” interesse per il rock in Italia e puttanate del genere. La cosa vi fa sorridere o incazzare?

Mi lascia indifferente perché è un mondo che non mi appartiene. Anni fa cose del genere avrebbero lasciato totalmente disinteressato chi come me è cresciuto con un certo tipo di musica e di band, oggi invece ci si sente in dovere di commentare qualsiasi boy band, talent show e addirittura si discorre di Sanremo. Probabilmente per molte persone della mia età, c’è la paura di risultare “vecchi”, di sembrare dei “dinosauri” e ho come l’impressione che ci si sforzi di trovare del bello in qualsiasi cosa.

È vero che il primo fan club della band è nato in Francia? Poi dicono che i francesi odiano gli italiani… 🙂

Si, certo, la Giuda Horde è il nostro fan club ed è francese. “I parigini hanno la puzza sotto al naso”, “gli inglesi sono antipatici”, sono luoghi comuni che vengono puntualmente sfatati quando si ha l’opportunità di viaggiare.

Avendo suonato sia in America che in Inghilterra, avete trovato delle differenze di pubblico tra questi due paesi?

Gli americani sono molto festaioli e alla mano, il pubblico inglese è molto esigente e ci vuole del tempo per riuscire a conquistarlo. Entrambi hanno il rock’n’roll nel dna e devo dire che per noi è sempre un gran piacere suonare sia negli States che in Inghilterra.

Tralasciando UK e USA, ci sono sostanziali differenze invece tra il pubblico degli altri paesi europei e quello italiano?

Abbiamo un pubblico molto trasversale. Gli spagnoli amano molto il garage, sono i più festaioli d’europa e da loro si suona tardissimo, anche alle 3 del mattino. In Germania ci sono più creste e teste rasate, è un pubblico che ascolta punk, oi!, hardcore mentre la Francia è una via di mezzo, ci sono motli skinheads ma anche molti “rockers” e in europa sono tra quelli che hanno la cultura rock’n’roll molto radicata, sin dagli anni 60 e 70. Gli Italiani sono un grande misto, c’è un po’ di tutto e noi abbiamo suonato nei contesti più disparati, dai centri sociali ai festival Indie.

Tornando alla stampa, c’è secondo voi una grossa differenza tra quella estera e quella italiana?

Diciamo che la differenza più grande sta nel prodotto. In Italia non abbiamo riviste di nicchia come ad esempio Shindig! e Vive Le Rock, realtà che sono cresciute molto negli anni, in cui si scava a fondo trattando generi e band di cui non si parla nelle riviste italiane.

Siete hard rock, siete punk rock, per alcune riviste inglesi siete glam/sleaze rock e chi più ne ha più ne metta… Una caratteristica dei Giuda è probabilmente quella di essere un po’ tutte queste cose senza però rientrare nel archetipo classico dei gruppi di ognuno di questi generi

Sono d’accordo e lo dimostra anche il fatto di aver suonato in contesti molto diversi tra loro, come ad esempio l’Hell Fest insieme a ZZ Top, Marilyn Manson e Faith No More, Il Burger Bogaloo con Damned e Devo, Il D-Code con i Franz Ferdinand, lo Speed Fest con Napalm Death, Carcass e Voivod e potrei citarne molti altri ancora. Negli anni siamo riusciti a creare il nostro sound, che è ben riconoscibile e senza voler sembrare arrogante, oserei dire unico.

Come giudicate la discografia dei Giuda, album dopo album? Nel vostro percorso si denota una voglia di non rimanere fossilizzati ma di evolvere senza comunque snaturare la band?

Questo mi rende molto orgoglioso. Tra un disco e l’altro si capisce che c’è un percorso, un’evoluzione che per noi è stata vitale e che è arrivata in modo totalmente naturale, senza alcun calcolo. Questo ci ha portato a perdere qualche consenso ma anche ad acquisire un nuovo seguito. Abbiamo sempre fatto quello che sentivamo e soprattutto quello che volevamo.

Tornando ai Taxi, cos’è rimasto dell’esperienza punk nei Giuda?

L’attitudine e ancora quella. Eravamo un punk rock band totalmente DIY e questo spirito è ancora intatto.

Cosa ricordate di quegli anni, della scena punk romana e quale importanza ha avuto?

Per noi è stata fondamentale. Nel nostro piccolo abbiamo dato il nostro contributo. Negli anni 90, tolti i centri sociali, una delle poche scene underground a Roma era quella punk. Intorno ai gruppi, nascevano etichette, festival, fanzine, programmi radio e molti club alcuni dei quali sono ancora attivi.

Rimanendo in tema punk rock, alcuni di voi hanno lavorato all’ultimo disco dei Manges (“Punk Rock Addio”, ndr), i quali hanno appena pubblicato un singolo proprio con la vostra ospitata. Come vi siete trovati?

Ho prodotto il loro disco insieme a Danilo Silvestri, che è anche il nostro produttore. Lavorare coi Manges è stato un piacere, un’esperienza fantastica. Ci siamo trovati subito, per certi versi sono molto simili a noi, a livello umano sono legati da una profonda amicizia che dura nel tempo e a livello tecnico, presi singolarmente nessuno di loro è un virtuoso dello strumento ma insieme sono una potenza. “Punk Rock Addio”, a mio modesto parere, e il loro miglior disco insieme a “Go Down”.

L’esplosione dei Giuda vi ha portati a scegliere di vivere di musica. Siete riusciti a mantenervi anche durante la pandemia, e come? Come vedete il futuro della band e delle vostre vite?

Essendo una società, durante la pandemia abbiamo potuto usufruire degli aiuti statali, sia come band che come singoli cittadini e in questo lungo periodo le vendite online non hanno subito alcuna flessione. In questi mesi abbiamo anche realizzato un cofanetto per celebrare i 10 anni di “Racey Roller” che è preticamente sold-out. Spero che il peggio sia alle spalle e quindi vedo ancora un futuro per i Giuda.

Sarete una delle band principali al Second Worst Raduno dell’Edoné, a Bergamo, com’è stato dover restare fermi in questi lunghissimi mesi?

Nel 2019 abbiamo fatto uno dei tour più lunghi negli Stati Uniti, siamo stati fuori per circa 40 giorni. Nel novembre dello stesso anno siamo partiti per un tour europeo che è durato un mese mentre a gennaio del 2020 siamo stati in tour in Gran Bretagna. Con l’esplosione della pandemia abbiamo dovuto cancellare tutte le date in programma compreso quello che sarebbe stato il nostro primo tour Giapponese. C’è stato un cambio netto nelle nostre vite abbastanza destabilizzante che d’altro canto ci ha però consentito di passare del tempo con le nostre famiglie, cosa che negli anni precedenti avveniva raramente.

Da romani e romanisti (con un singolo dal titolo eloquente, “Number ten”) cosa pensate dell’arrivo di Mourinho?

È stato come un elettroshock. Credo che sia perfetto per la piazza e credo che Roma sia perfetta per lui. Mourinho, se ce l’hai contro lo odi, ma se sta dalla tua parte non puoi non apprezzarlo.

LE DOMANDE DEL MAGO TRIPPONE (TRIPPA SHAKE)

Le domande del Mago Trippone!

Vi piace più giocare o fare il morto?

Se per “fare il morto” intendi fare resistenza passiva, allora dico che preferiamo giocare.

Il vostro nome è molto bello, che ne dite?

…che hai ragione, è bellissimo!




Pogo Zine

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