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interviste: Libero Cola del Vidia Club

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La Romagna è sempre stata una terra ricca di locali in cui ascoltare buona musica e, tra questi, il Vidia è di sicuro una vera e proprio istituzione. A parlare con noi è Libero Cola, promoter e socio fondatore di questo mitico luogo che ha visto esibirsi sul suo palco numerosi artisti, sia italiani che di fama internazionale

Libero Cola

Partiamo dall’inizio, come ti sei avvicinato al mondo dei locali? Sei romagnolo, quindi immagino tu abbia una predisposizione naturale a far serata, ma da lì a dirigerla ce n’è di strada…

La chiave è stata la musica e tutto quello che le gira intorno. Ho fatto di tutto: DJ, anche radiofonico, VJ, facchino, organizzatore di concerti. Poi, insieme ad amici, abbiamo aperto il Vidia e per diversi anni abbiamo mantenuto la proprietà di una radio indipendente che si chiamava Radio Melody. Due anni fa è uscito un libro che parla di queste cose, si intitola “Universi Sonori”. 

Il Vidia è un’istituzione, sul suo palco sono passati veramente tutti, sia italiani che stranieri. Dimmi i tuoi due estremi: il miglior concerto che hai vissuto e il peggiore?

Il migliore, da un punto di vista affettivo, è stato quello di Jeff Buckley. Dal punto di vista tecnico, quello di Steve Lacy. Per il peggiore sono diversi a contendersi il primato.

La Romagna ha una concentrazione di locali impressionante. Oltre a voi ci sono state tante realtà, alcune ancora in vita e altre meno. Cito i vari Rockplanet, Velvet, Street Club, Bronson… Come avete vissuto questa concorrenza? Dialogando o facendovi la guerra tra promoter?

Prima di quelli che hai nominato, vale la pena ricordare quelli di fine anni 70 e primi 80: Aleph, Capanna Rock, Slego, Splash, che sono quelli che hanno fatto partire la scena insieme al Vidia. Sintetizzerei parlando di periodi di collaborazione alternati a guerre anche feroci. I romagnoli sono di grande cuore e iper ospitali ma campanilisti, anarchici e individualisti.


Uno dei pregi del Vidia, per quanto mi riguarda, è sempre stata l’attenzione nei confronti degli artisti: l’accoglienza, la parte tecnica, lo staff… Al Vidia è come sentirsi a casa e purtroppo in Italia non sempre è così. A cosa si può imputare questa scarsa attenzione di alcuni tuoi “colleghi”? Mi son sempre chiesto perché l’attrazione di una serata dovesse essere trattata come un fastidio e non sono mai riuscito a darmi una risposta.

Non so dare una risposta precisa, penso che per noi del Vidia sia una questione di attitudine. Il mio socio storico, Massimo, ha la fama del burbero ma è stato musicista anche lui ed è sempre il primo a controllare che il rider tecnico sia rispettato.

In questo anno e passa di stop, con il Vidia vi siete lanciati su Twitch, un ottimo modo di esplorare nuove tecnologie e di parlare, nel vostro caso, di serate epiche, raccontando la storia del locale attraverso i suoi concerti. Pensi che continuerete ad usare questo mezzo una volta ripartiti? Avete già delle idee in proposito?

Siamo sempre stati molto attenti all’importanza della comunicazione e dell’informazione, prima con le radio libere, poi coi social, e ora coi canali di streaming. Penso che continueremo con Twitch per diverso tempo, aggiungendo altri format a quelli attuali… in attesa della realtà aumentata.

twitch.tv/vidiaclub

Oltre al Vidia, tu hai fatto da sempre tantissimi eventi, oltre ad aver visto nascere e morire molte realtà. C’è stata un’evoluzione tangibile nel settore dello spettacolo?

Ho iniziato nel 1979, è evidente e lo ritengo anche giusto che sia tutto completamente cambiato. Se poi mi chiedi se è cambiato in meglio, dico di no. L’entrata in scena delle Corporation nel settore della musica dal vivo, abbinata alla crisi della discografia tradizionale agli inizi degli anni 90, ha sconvolto tutto. Troppi CEO e sempre meno artigiani e direttori artistici. Un processo di industrializzazione forzata che ha tolto tantissimo romanticismo a questo lavoro.

La pandemia sta mettendo veramente a rischio tantissimi locali. Voi come la state affrontando?

Il nostro è un lavoro che ha sempre avuto come primo comandamento il “problem solving”. A noi è capitato di dover affrontare di tutto: alluvioni, terremoti, incendi, furti, rapine, di tutto e di più, ma in tutta sincerità il Covid19 ci ha colto totalmente impreparati e drammaticamente senza un’ipotesi immediata di reazione. Le stime dicono che il 49% dei club non riaprirà: un vero massacro. Dopo lo smarrimento iniziale abbiamo reagito su più livelli, in primis abbiamo avuto lo splendido aiuto della nostra community attraverso un crowdfunding, poi abbiamo attivato un canale di vendita di merch e memorabilia su Internet, e ora stiamo producendo contenuti per i canali digitali. Questo, insieme ad una riduzione draconiana delle spese, ci mantiene a galla, ma senza aiuti economici dallo Stato e senza un’ipotesi certa di ripartenza non può durare.

Come cambierà il mondo dei concerti dopo questa pandemia? Prezzi elevati con la scusa di recuperare i soldi persi in questi mesi? Oppure prezzi più abbordabili rispetto alle follie degli anni passati? In poche parole, si riparte da zero e con buona coscienza?

I segnali che ho sono di due tipi: il mercato tenderà a recuperare in fretta le perdite, quindi i costi aumenteranno e si assisterà ad una concentrazione di eventi nelle Main City penalizzando la provincia. Ma ci sarà come sempre una pattuglia di volenterosi che remerà in direzione contraria valorizzando solidarietà e community.

Chiudiamo in leggerezza. Quali sono state le richieste più assurde fatte da artisti di passaggio al Vidia?

Infinite! Ne elenco alcune: moquette rossa su tutto il pavimento dei camerini, moquette nera su tutto il palco, un metro quadro di erba, un massaggiatore (uomo) con relativa descrizione fisica, spostare le colonne del locale per allargare il palco…

Pogo Zine

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