0

intervista: Steno dei NABAT

Bologna e l’Italia. L’arrivo del punk e i primi concerti. L’0i! e gli skinhead. I centri sociali e il Vecchio Son. Ieri come oggi, Steno è sempre in prima linea. Come i suoi Nabat che festeggiano ben 40 anni di attività. 

photo by Elisa Piatti (C)

Quando pensi alla storia dei Nabat e a quanto sia venerato il gruppo, qual è il tuo primo pensiero? 

Provo sicuramente una grande soddisfazione, soprattutto perché non mi aspettavo che la nostra storia, rispetto ad altri gruppi che hanno iniziato con noi in quel periodo, diventasse così lunga. E non è ancora finita. 

Come nascono i Nabat? Quali erano i vostri riferimenti musicali?

Non erano ovviamente italiani, guardavamo essenzialmente all’Inghilterra e poi anche all’America. Tra le influenze maggiori posso citarti gruppi come Sham 69 e Damned piuttosto che i Sex Pistols. I Damned sono stati subito un grosso riferimento per me e infatti abbiamo cominciato a suonare facendo proprio un loro pezzo. O meglio, una loro cover di “I feel alright” degli Stooges. E poi ci sono ovviamente anche i Clash. Comunque erano tutti gruppi inglesi più che americani, forse più per una questione di vicinanza geografica che permetteva di arrivare più facilmente alla loro musica e ai loro dischi. A quei tempi non era proprio facile ascoltare qui da noi gruppi di altri paesi. 

Cosa ricordi invece del primo concerto della band?

È stato alla fine di ottobre del 1979, abbiamo suonato assieme ad atri gruppi al Cassero di Bologna, praticamente il centro anarchico al quale facevamo riferimento. Era anche l’unico posto ad aprire le porte a noi punk. Di quel concerto ricordo soprattutto la grande voglia di suonare dal vivo, malgrado la poca tecnica dovuta al fatto che era difficile anche fare le prove. Avevamo circa una decina di brani e quindi il set era molto corto ma allo stesso tempo molto potente. Riuscire a fare un concerto dal vivo in quegli anni era una vera impresa e spesso ci si dava una mano tra band dello stesso giro organizzandoli insieme. 

Cosa significava essere Oi! Skinhead nella (laida) Bologna di quegli anni? Non doveva essere facile…

Dipende dal punto di vista, di sicuro non era facile perché era un genere molto poco conosciuto e quindi passavi spesso per quello che non eri. Molte volte ti timbravano la fronte con degli aggettivi che non c’entravano nulla con te, soprattutto a livello politico. Bologna era una città atipica, c’erano il Partito Comunista, il Movimento Studentesco e un’immagine di libertà che la rendevano mitica agli occhi di chi la osservava da fuori. Erano sicuramente anni di grande fermento politico e musicale. Essere punk rappresentava qualcosa di fantastico perché avevamo finalmente una famiglia e altre persone come noi con cui interagire.

Come ti sei avvicinato alla cultura Oi! e Skinhead?

Come sempre, quello che accadeva in Inghilterra sarebbe poi successo qualche anno più tardi in Italia. Io, a quei tempi, suonavo il basso nei RAF Punk ma mi sentivo più vicino a quello che sarebbe poi diventato l’Oi! e così ho lasciato il gruppo per formare i Nabat.

Parliamo di un fenomeno culturale legato alla classe operaia ma troppo spesso associato all’estrema destra. Vi ha creato dei problemi allora?

All’inizio, noi punk eravamo piuttosto dei reietti poco interessanti e praticamente dimenticati da tutti. I problemi sono arrivati quando il punk cominciava a essere più conosciuto e qualcuno ha iniziato a confondere gli skinhead con i naziskin, dando al movimento una connotazione completamente diversa. Venivamo presi per quello che non eravamo, c’era questa ambiguità di fondo che non ci faceva vedere di buon occhio né dal movimento studentesco, né dalla destra e ancora meno dalla polizia. Volavano anche le botte. Spesso non bastava neppure spiegare l’origine del nostro nome, ripreso da quello del giornale dei giovani anarchici nella Russia zarista.

Trovare concerti in giro per Bologna e fuori era un’impresa faraonica o invece piuttosto facile?

Per noi punk c’erano davvero pochi posti in cui suonare dal vivo. Dovevamo sempre un po’ arrangiarci provando a suonare nei posti già esistenti o inventandone dei nuovi. Andavamo quindi nei centri anarchici e nelle osterie, come quella  dell’Orsa dove si riusciva a organizzare il sabato sera delle “punk night”. Si cercava di mettere assieme più band cittadine nella stessa serata, in modo da avere anche un pubblico maggiore. Molti dei gruppi che suonavano in queste serate non avevano nemmeno un anno di vita.

Ti manca quell’atmosfera? 

Era bella, non era facile trovare gente come te, e quindi si creavano delle nuove situazioni. C’era anche una grande solidarietà.

Riuscivate a creare una “rete” tra le scene delle varie città italiane? 

Non c’era ancora Internet, purtroppo, che avrebbe facilitato parecchio le cose. I media non ci consideravano proprio, neanche quelli di sinistra, per cui le fanzine furono il mezzo di comunicazione più efficace per le band punk. E poi c’erano degli scambi di tipo culturale, nel senso che quando si suonava fuori, si andava con altre cinque o sei band della stessa città creando una specie di cartello. Quando i Nabat suonarono a Milano, al Virus, furono identificati come Bologna Punk, o Punx con la “x”, e con noi c’erano altre band della nostra città. I milanesi ricambiavano poi alla prima occasione. È così che abbiamo iniziato a conoscere i fratelli delle altre città.

photo by Elisa Piatti (c)

Con l’estero era sicuramente ancora più difficile ma non impossibile?

L’estero era troppo… estero (ride). All’inizio era una roba tutta italiana, con qualche contatto sporadico con alcuni gruppi francesi ma poco più. Poi, quando il punk è diventato una realtà ben consolidata ovunque, tipo dalla metà degli anni 80 in avanti, siamo usciti parecchio anche all’estero. Il punk italiano è diventato quasi uno stile. Siamo stati in Spagna, Francia, Olanda, Germania… La prima volta che abbiamo suonato a Berlino è stato pazzesco. In Francia abbiamo forse lo stesso pubblico che abbiamo in Italia, è il paese dove siamo più conosciuti. La Francia era allora più avanti, con club e centri culturali che venivano affittati da giovani per organizzare eventi punk. Provavo molta invidia per questa realtà. Dovevamo tra l’altro suonare in un festival a Parigi ma è saltato tutto per via del Covid.

Pensi che il punk debba sempre avere una connotazione politico-sociale? Sei uno di quelli che pensano che sia morto oppure può essere ancora utile alla causa?

Penso che il punk sia ancora vivo, soprattutto per il periodo di grande controllo che stiamo vivendo. Se ripensi a George Orwell e al suo romanzo “1984”, ti rendi conto che la fantasia è stata di gran lunga superata dalla realtà. Il punk aveva praticamente previsto tutto questo quando parlava di “No future”. Allo stesso tempo non sono neppure uno di quelli che dicono che il punk debba essere per forza politico. Può essere incazzatura ma anche divertimento. Funziona a tutti i livelli, non deve essere per forza una musica seria e politicizzata. È chiaro che noi abbiamo questa connotazione, probabilmente perché quando abbiamo iniziato ci veniva più facile parlare delle cose che ci facevano stare peggio. Sulla musica non ho nessun tipo di prevenzione, non ho nulla in contrario con i gruppi che hanno testi diversi dai nostri, più gioiosi e leggeri. Il punk, infine, non si limita solo alla musica, tocca anche la scrittura e la pittura. E anche loro hanno ancora parecchie cose da dire. 

Oltre al punk, Bologna è sempre stata una grossa realtà musicale e artistica in generale. Respiri ancora tale fermento? 

Bologna è molto cambiata, ovviamente non è più la città della musica così come la si conosceva in passato. Questo lo si deve, se vogliamo, al fatto che culturalmente adesso ci sono degli interessi più grandi altrove. Devi poi sapere che il centro di Bologna non è più abitato dai bolognesi, che si sono trasferiti nella periferia lasciando il posto ai vari studenti. C’è comunque ancora un circuito musicale, con locali, concerti, negozi di strumenti e di dischi, che in questo periodo di pandemia sta soffrendo molto ed è una cosa molto pericolosa per tutti noi.

Hai accennato all’attuale pandemia. Come pensi che sia stata gestita?

Male. La nostra musica si svolge dove c’è assembramento, anzi, l’assembramento è fondamentale per la nostra musica. Su questo non si discute ma dal punto di vista degli aiuti e della considerazione siamo stati dimenticati. Nel nostro paese, purtroppo, la cultura non è uno dei primi interessi, quindi ne facciamo le spese e nel caso della nostra musica ancora di più rispetto ad altri generi. Siamo l’ultima ruota del carro.

So che che ci sono anche dei problemi con il Vecchio Son, l’associazione culturale che gestisci.

Sì, ci troviamo in una situazione molto difficile per via di disguidi in merito a impegni presi dal comune ma poi disattesi. Per farla breve, abbiamo preso un posto dal comune che ci è stato consegnato non finito per motivi di scazzo tra il comune stesso e la ditta appaltatrice dei lavori, ultimati poi a nostre spese. Adesso, comune e quartiere esigono il pagamento di esose somme ingiustificate relative ad affitti e altre spese, nonostante gli accordi fossero stati altri. In tutti questi anni il Vecchio Son è stato un punto di aggregazione giovanile e sociale, con sale prove, corsi di musica e di danza. Ci stiamo confrontando con il comune per trovare una soluzione, considerando anche i danni causati da questa pandemia che ha ridotto le nostre attività.

per ulteriori informazioni e supportare il Vecchio Son potete contattarli via email: info.vecchioson@gmail.com

Per i vostri 40 anni viene ristampato in digitale tutto il vostro catalogo. Era ora! 

Sì, è una gran bella cosa che stiamo facendo con l’Ammonia Records e la Tufo Rock Records. Pochi mesi fa, quest’ultima ha anche pubblicato “Resta ribelle”, un vinile split con i No More Lies. Per noi Nabat era importante dare la possibilità di reperire la nostra musica anche tramite i canali digitali perché molti dischi sono ormai introvabili e, visti i tempi, è pressoché impossibile incontrare le persone ai concerti.

Altri progetti?

Abbiamo in programma anche un disco con i Klasse Kriminale, una goliardata in cui ognuna delle due band interpreta un pezzo dell’altra. Noi facciamo quindi “Lunatici/Romantici” e loro “Nabat”. La nostra è una grande amicizia che dura da anni.

Cosa ti hanno insegnato questi 40 anni di Nabat?

Molto. Rifarei, tutto magari meglio rispetto a come l’ho fatto. Anche dal punto di vista umano. A volte penso di aver trascurato delle persone, ma non per cattiveria quanto per distrazione. 

Pogo Zine

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.